Riflessioni di una mamma in una "Psycho-Family" dopo un mese dentro le mura domestiche.

dottoressa Tiziana Carmellini



I miei auguri per questa Pasqua partono da una riflessione.


Sono una psicoterapeuta e mio un marito è un collega. Abbiamo due figli, uno frequenta la scuola primaria e l’altra la scuola dell’infanzia, di "Psycho-Riflessioni" ne hanno sentite molte, fin da quando ero incinta: in quei momenti hanno condiviso con me le storie delle persone che ho incontrato; una volta nati, hanno diviso le mie attenzioni con quelle che davo alla passione per il mio lavoro. Crescendo sono sempre stati affascinati dal lavoro di "psicoccoli", come lo chiamavano quando erano piccoli, che papà e io svolgevamo con tanta dedizione e hanno sempre rispettato (o noi abbiamo fatto rispettare) i tempi che giostravamo tra la loro gestione e quella della nostra professione.

In questo mese dove (sebbene entro le mura domestiche), ancora una volta ci hanno diviso con il nostro lavoro, abbiamo condiviso molti pensieri che tengo a condividere con ognuno di voi. Questi derivano dall’integrazione di esperienze personali e familiari, nostre e dei nostri pazienti, nonché dalle riflessioni che l'autorevole mondo scientifico sta facendo in questo periodo.


La quarantena ha segnato segnato profondamente le nostre vite e le nostre abitudini, lasciandoci in un clima di forte incertezza e insicurezza, soprattutto per il nostro domani.

Non sappiamo esattamente quale sarà la nostra prospettiva e questa è una delle situazioni che siamo chiamati a imparare a tollerare e gestire. Da un punto di vista psicologico questo richiama l'attivazione del nostro sistema emotivo denominato di "minaccia" (Gilbert, P., Petrocchi N., 2010) che ci può far stare in uno stato di iperattivazione e apprensione, disfunzionale al nostro benessere. Per far fronte a questo sistema, la soluzione non è necessariamente quella di investire in strategie compensatorie e di fare necessariamente qualcosa puntando sulle nostre risorse e/o di cercare soluzioni, ma di investire sui momenti di benessere, pace e tranquillità, ovvero sullo scoprire quali cose/situazioni/sensazioni ci fanno stare bene così per come sono. Non abbiamo bisogno di niente di più dello sentire di essere connessi con la piacevolezza della nostra vita. Ciò che è importante che affiniamo è la capacità di stare in ascolto delle nostre sensazioni di piacere e di ricordare ciò che magari un tempo ci metteva in uno stato di "pace" e che, per svariate ragioni, abbiamo abbandonato o non abbiamo più ricercato e coltivato (es. Ascoltare il suono del vento, sentire il calore del sole sulla pelle, assaporare il desiderio di...).


La nostra quotidianità è fatta di lavoro, se abbiamo la fortuna di averlo o di averlo potuto mantenere, e della gestione dei nostri figli, di osservazione e di soddisfazione dei loro bisogni.

Non è sempre facile integrare queste due realtà, ma questo è ciò che siamo chiamati a fare giorno dopo giorno, senza l'ausilio di altre agenzie educative come la scuola o le associazioni che propongono attività sportive e ricreative.


Da un punto di vista lavorativo ho ascoltato molte persone che hanno un lavoro dipendente denunciare il fatto di stare perdendo molti dei loro diritti: essere chiamati a lavorare più o meno ore al giorno, dover utilizzare le ferie per giustificare l’inattività lavorativa, essere pagati meno a causa della cassa integrazione forzata... Premetto che non conosco e non ho mai conosciuto la realtà del lavoro dipendente, ma sono da sempre consapevole dell'incertezza e della tensione che un lavoro autonomo crea e genera personalmente e a livello familiare, venendo da una famiglia di artigiani e lavorando io in libera professione. In queste situazioni non vi è mai certezza di guadagno, non esiste la malattia o i diritti di maternità, in altre parole non ti potresti ammalare, né godere la gravidanza e il puerperio senza preoccupazioni, perché se lavori guadagni se non lavori no! Non esistono limiti di ore e weekend, se vuoi vivere bene investi economicamente in formazione, materiali, riflessioni continue su come reinventarti e migliorare. Pensi a te e, se li hai, ai tuoi dipendenti, che purtroppo a volte non hanno la tua stessa affiliazione al lavoro (e se succede questo può andare a discapito di tutti). Puoi guadagnare, certo, e gestirti il tuo tempo. Ma se non ti impegni, niente arriva da solo e nulla è scontato. Si è sempre sul filo del rasoio e questa situazione di pandemia ha messo in ginocchio chi non può trasformare la sua attività in smart working o non ha avuto seguito dei suoi clienti in questa modalità di lavoro.

Siamo tutti parte dello stesso sistema, lavoratori autonomi e non. Se non lavora il piccolo non lavora il grande e viceversa. In questa situazione si perde tutti qualcosa e fattualmente e psicologicamente dobbiamo accettare questa condizione. Dobbiamo essere consapevoli che ora non può essere "come prima"; come in una situazione di lutto, dobbiamo accettare la perdita di certezze, garanzie e prospettive. Un atteggiamento consapevole e proattivo può aiutarci in questo processo. Stiamo attenti alla lamentosità e al vittimismo. Queste ultime sono modalità che attivano e predispongono alla sofferenza emotiva e non ci aiutano a essere connessi a ciò che è utile e a ciò che può farci stare bene in questo delicato momento storico.

Non è semplice rinunciare al nostro stile di vita, alle cose a cui eravamo abituati e ci davano sicurezza, ma se ci sentissimo parte di un sistema probabilmente, oggi e domani, potremo attivare la collaborazione necessaria a far funzionare meglio le cose, in un delicato equilibrio di rinunce e guadagni.

Da un punto di vista familiare, raramente ci potranno capitare occasioni in cui condividere così strettamente la crescita evolutiva dei nostri figli, sia emotivamente, sia intellettivamente. Siamo nella condizione di passare molto tempo con loro, ma non abbiamo più solo il ruolo genitoriale. Siamo chiamati alla responsabilità formativa, dobbiamo ricoprire il ruolo di insegnanti e, talvolta, possiamo non sentirci adeguati o sufficientemente preparati in questo complesso compito. A chi si sente in panne da questo punto di vista mi viene da dire che i migliori apprendimenti avvengono attraverso la costruzione di una buona relazione. I nostri figli hanno bisogno di sentire che ci fidiamo di loro e che ce la possono fare, anche se non possono andare a scuola, vedere gli amici o giocare al parco.

Partiamo dal presupposto che vivere in una famiglia dove fin da piccolo mi sento amato, protetto, contenuto e dove gli altri si fidano di me, è garanzia della formazione della cosiddetta "base sicura" indispensabile per la crescita sana di una persona, "dalla culla alla tomba" come ci ha insegnato Bowlby (1982). Inoltre, ricordiamoci che non dobbiamo essere genitori perfetti ma "sufficientemente buoni", accettando sbagli e imperfezioni nostri e della nostra prole (Winnicot, D., 1974). Ci impegnano a fare del nostro meglio, consapevoli che gli errori servono a farci crescere. Per questo non dobbiamo sostituirci a loro nei compiti di scuola (non sono i nostri compiti), o anticipare i loro bisogni e credenze. Lasciamoli chiedere, frustrarsi e annoiarsi; così facendo non gli stiamo facendo del male, ma li aiutiamo a sviluppare il loro senso di autoefficacia, creatività e personalità, di questo non potranno che esserci grati.

Noi non siamo loro e loro non sono noi! Stiamo attenti alle identificazioni che possiamo mettere in atto rispetto ai vissuti che il Covid-19 ha innescato nelle nostre vite. Chiediamo loro come si sentono, accogliamo dubbi e incertezze. Manteniamo la sicurezza delle loro routine per quanto possibile (orari del sonno e dei pasti, abitudini di studio, gioco...) e teniamoli ragionevolmente e adeguatamente informati. Rispondere alle loro domande e parlare delle difficoltà permette ai nostri figli di sentirsi liberi di condividere ciò che sentono, di tornare alla base sicura che noi rappresentiamo per loro e, soprattutto, evita il fatto che se non hanno delle risposte se le danno da soli e, ciò che deriva dalla paura solitamente ha interpretazioni più catastrofiche di quelle realistiche.

In una società dove ai bambini non viene fatto mancare nulla, sono felice che loro possano essere premiati per i loro successi non con cose materiali, che "fortunatamente" non abbiamo la possibilità di comperare. I bambini hanno l'opportunità di riscoprire il valore dell'attesa, della costruzione dei momenti di benessere, della creatività e della fantasia. Non hanno bisogno del gioco o del premio per essere consolati, ma dell'abbraccio, dello sguardo, del sorriso di approvazione e di vicinanza. Tutto questo vale moltissimo e lascia un segno più indelebile, rispetto a tutto ciò che si può avere con il denaro.

I mezzi di telecomunicazione sono diventati fondamentali per quanto riguarda la formazione e l'interazione con gli amici, i nonni e gli altri familiari, ma accanto a questi strumenti affianchiamo anche la vicinanza prossemica che possiamo dare con il gioco di contatto, in scatola o inventato tra loro e noi dentro le mura domestiche e nelle giornate di sole.


Concludo queste riflessioni con l'augurio di serenità e salute per questa Pasqua, affinché possa essere un vero momento di resurrezione, ovvero di un futuro ritorno alla vita dove sempre più la consapevolezza, la proattività e la collaborazione responsabile ci aiutino a essere persone migliori. Per dirla con le parole di Papa Francesco: "Nessuno si salva da solo".

Auguri sinceri a tutti voi.

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