Il valore terapeutico del perdono



Perdonare o non perdonare? Per il benessere psicologico conviene certamente perdonare. Tuttavia, raggiungere il perdono è tutt’altro che semplice e, come tutto ciò che ci fa stare bene e alimenta il nostro benessere, richiede motivazione, impegno e fatica.

Dagli anni Ottanta, gli studi scientifici che si sono occupati del tema del perdono hanno evidenziato una correlazione negativa tra perdono e sofferenza psicologica. In altre parole, coloro che tendono a perdonare sono significativamente e tendenzialmente meno depressi, arrabbiati e ansiosi. È stato anche dimostrato che chi tende a perdonare, possiede oltre a un migliore stato di benessere personale, maggiori vissuti di speranza, gioia, fiducia, auto-efficacia e soddisfazione.

Quando veniamo offesi gravemente le nostre reazioni possono spaziare da stati di shock, disorientamento, odio, tristezza, colpa e timore; le nostre reazioni, invece, potrebbero includere vendetta, evitamento o perdono.

Il raggiungimento del perdono prevede: da un lato, il superamento di giudizi e sentimenti negativi verso l’offensore, con la rinuncia ad attitudini negative (come il desiderio di vendetta) nei suoi confronti; dall’altro lato, il raggiungimento di una dimensione costruttiva (Paleari, Pellucchi, 2013; Regalia, Paleari, 2008) accompagnata da sentimenti di benevolenza e compassione nei confronti dei limiti umani dell’aggressore (Enright e coll., 2000).

Perdonare non significa dimenticare, giustificare, scusare o minimizzare.

Perdonare richiede tempo e decisione. Il riconoscere l’offesa, e la sofferenza a essa connessa, comporta dolore, ed è da questo stato emotivo che può partire la scelta del perdono, come via di uscita dalla propria sofferenza. Ricordare l’evento negativo è fondamentale per rielaborare il torto subito, per volerlo superare e per ricollocarlo nel passato (McCullough et al., 2002).

Decidere consapevolmente di perdonare è solo l’inizio del processo del perdono. Alimentare l’empatia e cercare di osservare ciò che è accaduto dal punto di vista dell’offensore, in modo da non percepirlo esclusivamente come colui che ha arrecato il danno, è fondamentale. Tutto questo comporta la riduzione dell’attribuzione di percezioni negative nei suoi confronti, inizialmente da un punto di vista razionale; è solo successiva, infatti, l’elaborazione del vissuto emotivo. A questa prima elaborazione cognitiva, che implica anche la presa in considerazione dei motivi che hanno indotto la persona a comportarsi in maniera negativa, segue solitamente una riflessione sui nostri errori passati e sulla necessità che abbiamo avuto noi stessi di essere perdonati nell’arco della nostra vita. Tutto questo aiuta a dare un significato alla sofferenza e ad aumentare il senso di connessione e di compassione verso i limiti dell’essere umano.

Ogni agito può essere perdonato. Può esistere una difficoltà nel perdonare di ordine morale, dovuta alla fatica dell’accettare (che non significa condividere, ma rendere concepibile) il tema connesso al torto subito.

Il perdono è possibile anche quando l’offensore non c’è più, o non è presente, ed è una questione puramente soggettiva e unilaterale. Il perdono non implica che l’offensore sia pentito o consapevole dei danni che ha arrecato. Perdonare, non significa quindi riconcigliare, in quanto non prevede nessuna collaborazione con l’offensore.

Non perdonare può considerarsi controproducente: alcuni studi riportano effetti negativi sulla salute, come l’insorgere di danni a livello cardiocircolatorio (da Silva et al., 2017). Un atteggiamento diverso dal perdono, inoltre, può indurre alla messa in atto di atteggiamenti e convinzioni negative che alimentano lo stato di sofferenza psicologica.

Una mia cara paziente recentemente mi ha riferito: “Grazie al nostro percorso sono riuscita a vederlo (il suo offensore) come una formica e non più un mostro”. Questa penso sia l’affermazione più significativa di che cosa significhi aver percorso il cammino del perdono per stare meglio.

Alla luce di tutto questo, che il danno ci sia stato perpetrato da una persona sconosciuta, amica, conoscente, coetanea o amata, ricordiamoci che abbiamo tutti delle parti di noi un po’ “formiche” e che possiamo scegliere di vivere bene se ci impegnano a essere operosi e collaborativi.

Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di Pace.

BIBLIOGRAFIA:

  • Paleari, F.G., Pelucchi, S. (2013). La ricerca psicosociale del perdono interpersonale tra un passato recente e possibili sviluppi futuri. In Barcaccia B., Mancini, F. (Eds.), Teoria e clinica del perdono. Edizioni Cortina.

  • Regalia, C., Paleari, F. G. (2008) Perdonare. Edizione. Il Mulino.

  • Enright, R.D., Fitzgibbons, R.P. (2000) Helping Clients Forgive: an empirical guide for Resolving Anger and restoring hope. APA, Books Washington, DC.

  • McCullough, M.E. (2000) Forgiveness as human strength: theory, measurement and links to well-being. Journal of social and Clinical Psychology, 19(1), 43-55. Doe:10.1521/jscp.2000.19.1.43.

  • da Silva, S.P., vanOyen Witvliet, C. Riek (2017) Self-forgiveness and forgiveness-seeking in responce to rumination:cardiac and emotional responses of transgressors. The Journal of positive psychology, 12(4), 362-372. Doe:10.1080/17439760.2016.1187200.


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